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"Tim Tim Circus" è ben lontano dall'essere un capolavoro: gli
stereotipi comuni agli shoujo manga degli anni '70 fanno sentire il loro peso; non solo i
personaggi di contorno risultano affrontati superficialmente, ma persino la stessa
protagonista soffre di una certa bidimensionalità narrativa. Inoltre, pesa sulla vicenda
la superficialità nella documentazione della vita
del circo. Nonostante ciò, la lettura di quest'opera rimane piacevolissima, in virtù
della sceneggiatura rigorosa e del ritmo serrato, privo di tempi morti (d'altronde alla
regia troviamo proprio quella Kyouko Mizuki già sceneggiatrice di Candy Candy!), nonché
grazie ad alcune scelte narrative piuttosto insolite: bellissima la gestione della doppia
vicenda, che scorre sotterranea alla trama principale, di Paco e Alicia, così come
bellissima è la vena malinconica che serpeggia per tutta l'opera e che mette in
discussione anche il lieto fine, quasi che, a dispetto del luminoso sorriso di Tim Tim che
sboccia nelle ultime tavole, questa non sia una favola lieta, dove il bene trionfa e i
cattivi vengono sommariamente affidati alla giustizia. Quel che resta è un retrogusto
amarognolo che rende la serie non facilmente archiviabile come prodotto nella media del
genere, e che rimane nella memoria come una delle opere migliori dell'Igarashi, a dispetto
del suo effettivo valore.
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