CONSIDERAZIONI

A cura di Paul_v

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"America" si può forse considerare la migliore opera di Keiko Ichiguchi, almeno tra quelle finora pubblicate in Italia. La sua maggiore lunghezza rispetto ad altre opere rende meno evidente quel senso di approssimazione che si riscontra nei ritmi narrativi dell'autrice.

La storia presenta un'architettura solida, presentandosi come un lungo flash-back sulla giovinezza della protagonista Nae, che rievoca le speranze e le illusioni del suo passato e di quello dei suoi amici, fungendo da vera e propria voce narrante.

"America", sin dalle prime battute, in cui appunto parla Nae, si presenta per quello che è: la storia di un gruppo di giovani adolescenti animati da sogni e speranze, desiderosi di abbandonare il paese natio, il Giappone, per raggiungere l'America, dove credono di poter dar vita concreta alle proprie aspirazioni.

Al di là di qualsiasi determinazione geografica, è evidente il ruolo simbolico che assumono i due paesi: l'uno è visto come luogo angusto che mortifica le iniziative giovanili, anche quando queste si presentano solo come dolci illusioni, che vuole costringere Nae alla vita sicura e conveniente della studentessa, dietro le solide ma soffocanti barriere familiari. L'altro, l'America, è una sorta di terra promessa, che aiuta i sei amici ad andare avanti, presentandosi, ogni volta che lo vogliono, attraverso la voce di cantanti a noi così noti, come i Rolling Stones e gli Aerosmith.

Come è evidente l'America che risuona alle orecchie dei giovani protagonisti è più ideale che reale: tutta la storia è il progressivo avvicinamento dei due mondi, "America" e "Giappone", fino alla loro definitiva sovrapposizione.
Emblematica è la scena della mostra di Tokuma Miki: Nae, che vedeva nel mondo del suo professore e amante una America in cui le ragioni dell'arte potessero conservare la loro purezza, è esposta alla dura realtà di un mondo freddo, certo peggiore di quello familiare, in cui le ragioni della convenienza e dell'utile hanno la meglio. Tokuma Miki, artista affermato che ha viaggiato in America, da idolo si trasforma nell'uomo comune, in cui il talento sottostà alle leggi della convenzione sociale, e un pezzo importante della "America" di Nae si frantuma.

Sebbene il ruolo di protagonista spetti indiscutibilmente a Nae, ognuno dei sei personaggi presenta una caratterizzazione incisiva; sono forse, questi di "America", i migliori personaggi creati dalla mano della Ichiguchi, per la loro dolcezza, per la spontaneità con cui esprimono le proprie speranze e debolezze.
Attraverso di essi, la Ichiguchi è riuscita, con realismo privo di eccessi, a esprimere il sogno liberatorio dell'evasione da una realtà violenta e cupa, che pure ha il compito fondamentale di ridimensionare le facili illusioni adolescenziali.

La realtà è fatta sostanzialmente di solitudine: ancora una volta, illuminanti sono le parole di Nae, che una sera al Jeremy's Bar, per la prima volta, percepisce la solitudine dentro e intorno a sé, nonostante sia riunita con i suoi amici. La solitudine trova la sua migliore espressione nel personaggio di Mariko: la "tonta" del gruppo (come lei stessa si definisce), l'incomprensibile (come la definisce Koji), una ragazza capace di sguardi dolcissimi e infantili e, allo stesso tempo, enigmatici e persi. Il suo segreto è un incubo ben peggiore di quello dell'ambiente familiare punitivo di Nae o di quello malavitoso di Huey; un incubo per sconfiggere il quale Mariko matura dentro di sé l'immagine di una America fatta della sola ma rassicurante presenza fisica di Huey. Ma paradossalmente è il suo sogno, così semplice e puro, a non trovare nessuna realizzazione, per la colpa di aver reagito alla ferocia del suo mondo con altrettanta violenza.

Al senso di precarietà che pervade il manga, alla delicatezza delle aspirazioni dei protagonisti corrisponde uno stile di disegno altrettanto delicato, non ricercatissimo né al pieno delle sue potenzialità, ma funzionale alla resa emotiva dei personaggi.

Per quanto riguarda la resa propriamente narrativa della storia si può fare una piccola critica alla parte "culminante" del manga, quella della tragedia di Mariko e Huey: forse troppo sbrigativa, o meglio priva in quelle pagine di una adeguata resa emotiva dei personaggi.

La parte migliore del manga è, a mio parere, quella dei primi due capitoli, che culminano nell'esplosione sentimentale dei sei giovani: in questa parte meglio è espressa la dolcezza sognante dei personaggi, l'unica arma che possiedono contro la carica violenta del "Giappone". Vero protagonista di queste pagine è poi il Jeremy's Bar, una sorta di paese di frontiera tra "Giappone" e "America", in cui i sogni dei nostri sei amici si presentano in tutta la loro bellezza proprio perché rimangono tali.

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