CONSIDERAZIONI
a cura di Demelza
Un paio di anni fa rimasi colpita da alcune cover di un manhwa intitolato “Rail
Road”; incuriosita dalla bellezza del tratto, e soprattutto dall’uso dei colori,
così luminosi e morbidi al tempo stesso, cercai maggiori informazioni e scoprii
che l’autrice era una giovane emergente, Yun Mi-Kyung, che stava iniziando
proprio in quel periodo la serializzazione su Wink della sua nuova opera, “The
Bride of the Water God”, o meglio, con una traduzione più consona all’originale,
“La sposa di Habaek”.
Mi bastò visionare le tavole in anteprima per convincermi che il talento di Yun
Mi-Kyung era, se possibile, addirittura maggiore di quanto mi aspettassi e che
non si limitava, come spesso accade purtroppo, alle sole copertine e
illustrazioni a colori, facendo presagire un’opera di elevato livello.
Quando alla fine riuscii a leggere i primi capitoli di questo manhwa, mi sentii
soggiogata da una storia che con eleganza e poesia si muoveva tra fiaba e mito,
intessendo atmosfere oniriche con tradizioni antiche.
Yun Mi-Kyung si ispira palesemente ad alcune leggende orientali e usanze
arcaiche, che attraverso il Nord Africa sono giunte fino a noi, filtrate dalla
mitologia greco-latina. Queste storie hanno in comune tra di loro alcuni punti
fondamentali come la presenza di una profezia iniziale; la necessità di un
sacrificio per placare l’ira di un essere superiore; la ragazza che, adornata
con gioielli e ricchi abiti principeschi, viene offerta in sposa; un marito
misterioso dotato di poteri soprannaturali che conduce la fanciulla in un regno
celeste in cui ogni suo desiderio viene esaudito ecc.
Tutto ciò fa sì che fin dall’inizio anche il lettore occidentale provi,
nell’accostarsi a “La Sposa di Habaek”, un profondo senso di familiarità che si
combina al piacere di scoprire gli elementi tipici della tradizione orientale,
come il cerimoniale di palazzo, i personaggi del pantheon coreano, la figura del
drago legato all’acqua, alla fertilità e al fulmine.
Addentrandosi all’interno della trama, ci si accorge chiaramente che Yun
Mi-Kyung, invece di essere schiava della cornice sopra delineata, riesce a
padroneggiarla con leggerezza, travalicandola man mano che la storia prosegue
attraverso un suggestivo intreccio tra fiaba e modernità. Dopo solo poche
tavole, in cui si intuisce, più che vedere, la situazione iniziale, ci
ritroviamo subito catapultati in un’altra dimensione: il background della
protagonista, le sue motivazioni, ci vengono tenute nascoste con l’esplicito
intento di proseguire pian piano in un percorso di doppio disvelamento del
passato e del presente.
Tramite una narrazione appassionante, che scorre lentamente ma senza alcuna
pesantezza e tempi morti, la Yun unisce amore, mistero e umorismo in una
storia che cattura il lettore portandolo a immergersi con Soa nel mare che la
conduce al regno incantato del dio dell’acqua. Osserviamo rapiti, con i suoi
occhi, il susseguirsi di meraviglie, i palazzi fluttuanti, la flora
lussureggiante, le cascate fragorose, finché, attoniti e storditi da tanta
bellezza, non iniziamo a intuire il sapiente gioco di specchi dietro cui si
celano i personaggi, presentendo che nessuno è come appare…
Ed è impossibile, mentre si prosegue con la lettura, non ritrovarsi sedotti dal
disegno suggestivo dell’autrice, che fa del simbolismo e dell’accuratezza il suo
punto forte.
Le tavole a colori presenti all’inizio di ogni volume affascinano non solo per
la cura dei particolari, ma soprattutto per le sapienti scelte cromatiche, con
una prevalenza quasi ovunque di toni caldi che associano colori pastello al
cremisi, al giallo e al pesco. Le illustrazioni catturano anche per il fascino
dell’esotico: con un gusto ornamentale che richiama vagamente alla mente l’Art Nouveau (che a sua volta si ispirava al Giapponismo e all’arte orientale in
generale), Yun Mi-Kyung crea un connubio tra fiori delicati, farfalle, uccelli,
stoffe leggere, abili panneggi, gioielli e accessori.
L’ambientazione ha indubbiamente un ruolo importante nel creare meraviglia e
suggestione in chi si accosta alla lettura di questo manhwa: la Yun poi è
in grado di unire precisione e attenzione al dettaglio, nella delineazione dei
costumi e dei luoghi, con un tratto pulito che non appesantisce la composizione,
mentre il suo disegno morbido dona eleganza senza apparire freddo e distaccato.
Le tavole, per quanto ricce di particolari, non danno mai l’impressione di una
pienezza soffocante, ma risultano sempre ariose ed equilibrate.
I paesaggi, la flora e la fauna all’interno del manhwa, stupiscono per la loro
maestosità, e sembrano creare un tutto unico in cui il mondo della natura
integra e completa le strutture architettoniche, mentre ancora, nel primo
volume, appare a volte qualche piccola imprecisione nel tratteggio dei
personaggi. Una delle caratteristiche peculiari di questi ultimi, in particolare
quelli femminili, è la lunghezza di collo, braccia e mani, quasi la Yun
aspirasse a un ideale longilineo ed etereo; la figura, lungi dall’apparire
sgraziata, riesce a trasmettere eleganza e naturalezza.
Interessante e suggestiva è anche la costruzione delle tavole e delle sequenze
narrative, molto cinematografica: la Yun usa spesso passaggi, brevi o
lunghi, senza dialoghi, in cui lascia che siano le immagini, da sole, a parlare.
Spesso a inquadrature di primissimi piani e particolari del viso e della figura
si accostano avvincenti riprese panoramiche e inquadrature aeree. A volte
lascia che l’attenzione, quasi pigramente, si focalizzi su un particolare
dell’ambiente, un fiore, la luna, un dettaglio dell’architettura. Inoltre la Yun sembra amare la ricerca di punti di vista inediti, soprattutto obliqui,
che guidano l’occhio del lettore verso il punto focale proprio come se una
macchina da presa interna seguisse i personaggi.
Proprio grazie a tutte queste caratteristiche, “La Sposa di Habaek” è riuscita a
portare a Yun Mi-Kyung il successo non solo in patria ma anche in Occidente, ed
è indubbiamente, con la sua miscela di raffinatezza, romanticismo e suspence,
una delle opere imperdibili tra quelle in arrivo quest’anno in Italia.