CONSIDERAZIONI

A cura di Koori

Clicca per ingrandire!Yuana Kazumi rimane nei suoi lavori estremamente coerente, nel bene e nel male. "Un milione di lacrime" non costituisce un'eccezione: presenta tutte le debolezze - sebbene in misura inferiore rispetto alle altre opere finora pubblicate - di sceneggiatura e gestione delle tavole che abbiamo imparato a conoscere nella sua produzione, ma mostra anche l'intenzione ferma di dare un significato alle sue storie, cosa che, personalmente, mi fa continuare a guardare con interesse a quanto di lei viene pubblicato.

"Un milione di lacrime" è per il momento il lavoro della Kazumi con la struttura narrativa più riuscita: abituata a dover "condensare" le sue storie in uno o due volumi al massimo, con la prospettiva di veder stravolgere l'assetto dato in precedenza a causa della variabilità degli spazi assegnatile (stando a quanto detto anche nei free talks del volume unico "Canto del cielo perduto", la mangaka, come molti giovani esordienti, è spesso costretta ad allungare o accorciare i suoi lavori in base al successo ottenuto dai singoli capitoli, al momento della loro uscita su rivista), l'autrice qui ha, nonostante tutto, saputo raggiungere un notevole equilibrio mediante l'impiego di cinque grandi divisioni nella storia. La parte iniziale e quella finale della vicenda, ambientate nel presente, racchiudono, costituendo una cornice, tre lunghissimi flashback, non ordinati cronologicamente, che mostrano il passato dei personaggi e la loro interazione.

Non è solamente la struttura a funzionare, in quest'opera in due volumi: la narrazione stessa risulta particolarmente fluida e scorrevole - nonostante alcune discrepanze temporali - rendendo semplice la lettura e dando l'impressione di una facilità che poggia anche su alcune trovate assai felici e particolarmente originali, come l'invenzione dei "cacciatori di memorie", veri e propri "vampiri" che si nutrono non di sangue ma di esistenze, predando i ricordi, e di conseguenza, le emozioni altrui.
Alla facilità narrativa tuttavia non corrisponde quella chiarezza nel messaggio che invece era stato il punto forte della prima opera di Yuana Kazumi, "Canto del Cielo perduto". Non si ha un'immediata ricezione di quanto l'autrice vuole comunicare con il manga. Nelle considerazioni finali, la mangaka rivela il timore di non aver saputo trasmettere correttamente quanto voleva dire, per il fatto di aver lei stessa avuto in mente una moltitudine di pensieri e una gran confusione durante la stesura del fumetto.
Ed in effetti è chiaramente avvertibile la confusione derivante dal moltiplicarsi dei messaggi e dall'intrecciarsi di tematiche e simboli, cosa che, a livello di lettura, obbliga a dare una spiegazione parziale dell'opera, procedendo per singoli elementi presentati, tralasciando il tentativo di un'interpretazione complessiva, coerente e unitaria.

In linea di massima, ciò di cui parla la Kazumi in quest'opera è la stessa cosa di cui parla in tutti i suoi lavori: la difficoltà di vivere, il dolore inevitabilmente legato all'esistenza, il sentimento e il timore dell'effimero e la fiducia nel senso di ogni singola vita umana, che sfocia nella certezza di una qualche forma di permanenza della stessa aldilà dei limiti imposti dall'esistenza fisica.
Così ancora una volta, come già per i robot di "Canto del cielo perduto", con i "cacciatori di memorie" ci troviamo di fronte a delle metafore di disumanizzazione. Se il "robot" rappresentava l'essere umano nella condizione alienante di essere utilizzato come "strumento", con conseguente necessità di mettere a tacere la propria coscienza, il "cacciatore di memorie" simboleggia la rinuncia volontaria alla propria umanità, per osservare dall'esterno, senza coinvolgimento, le dinamiche della vita; un'estraneità che è difesa nei confronti degli altri esseri umani ma anche offesa degli stessi, in quanto si vivono in maniera parassitica le emozioni altrui, per disprezzo concepite esclusivamente come "cibo".
Guardare dall'esterno il dolore, il piacere, la gioia, l'amore, l'odio e la pazzia degli esseri umani isola i "cacciatori di memorie", il cui tratto caratteristico è la freddezza, non la crudeltà: diventati simili a dei - angeli e demoni nello stesso tempo per il fatto di donare il nulla - il loro "cibarsi" di esistenze ne costituisce la forza, per il potere che hanno di intervenire sulle esistenze altrui cancellandole, ma anche la debolezza, perché denuncia la necessità, seppur degradata, che ancora hanno della natura umana (e quindi degli altri esseri umani, vivendo di riflesso delle emozioni alle quali essi hanno rinunciato).

Partendo da queste premesse Yuana Kazumi sviluppa attraverso le figure di Vermillion, e di Glorius e Valeriana, due tematiche differenti, quella della solitudine e quella del doppio e della coscienza. Vermillion, l'unico "cacciatore" di cui non conosciamo l'origine, mostra in realtà come nessuno possa vivere solo. Isolarsi dalla natura umana porta alla solitudine: Vermillion è colui che nel manga teme maggiormente il nulla di cui è dispensatore, ciò che fa alle sue vittime è la minaccia che pende costantemente sopra la sua testa; egli vive fuori dal tempo, la sua eternità è effimera, è il niente (e vuoto infatti è il mondo in cui vivono i "cacciatori di memorie"), e la sua scomparsa è irrilevante, perché egli non è nel tempo. Vermillion non esiste, se non per se stesso, non esiste neppure per le sue vittime, dato che il ricordo di lui scompare come tutto il resto di loro una volta "consumate"; la sua esistenza è esclusivamente un riflesso di quelle di cui si nutre. Egli acquista solidità solo nel momento in cui si procura dei compagni: qualcuno con cui relazionarsi, con cui scambiare emozioni che siano sue e in cui lasciare dei ricordi di sé. Vermillion non ha un'anima, il suo destino è diverso da quello degli esseri umani le cui anime perpetuano l'esistenza aldilà della morte: egli esiste solo nel ricordo di Valeriana e di Glorius e se loro due scompaiono, lui stesso scompare in maniera ancor più crudele perché non appartenendo al tempo di lui non resta nulla, è come se non fosse mai esistito.

L'eternità di Vermillion è un'eternità fittizia e ben se ne rendono conto Hirokazu e Valeriana attraverso i loro doppi, Hiromu e Natsumi. Attraverso la suggestiva immagine del registratore Yuana Kazumi offre una chiave di lettura per le figure: "reverse" o "rebirth". In pratica pone i personaggi di fronte ad una scelta alternativa rispetto a quella da loro intrapresa (per la figura di Hirokazu, dato che per quella di Valeriana c'è in realtà corrispondenza): un'unica anima può decidere di agire in maniera differente di fronte alla sofferenza e Hirokazu, nella figura di Hiromu, si trova davanti un se stesso che ha preso una strada diversa. "Reverse" è la condizione scelta da Hirokazu (in cui coinvolge anche Valeriana), è la situazione "da incubo" in cui trascina la sua esistenza, avendo girato le spalle alla sua umanità, mentre "rebirth" è la rinascita, l'opportunità che egli avrebbe avuto di rinascere come Hiromu, che posto in ogni caso di fronte alla stessa situazione di partenza di Hirokazu, compie la scelta "innocente", ossia vivere da essere umano fino all'ultimo, riconoscendo il senso della propria esistenza nonostante la sofferenza e nonostante la consapevolezza della morte che lo attende.

Hirokazu guarda Hiromu come se si osservasse in uno specchio, l'atteggiamento di Hiromu lo costringe a rivalutare le proprie scelte; si trova a dover giudicare nuovamente se stesso con la coscienza di un essere umano: Glorius ridiventa Hirozaku, non è più l'impassibile, distaccato "dio" che dispensa il nulla ma l'essere umano arrabbiato e colpevole che agisce con rabbia. Hirozaku riacquista la sua umanità con lo stesso gesto con cui l'aveva persa: l'annientamento di un altro essere umano. L'invidia, la rabbia, la sofferenza sono i sentimenti che ricostituiscono quel legame con la natura umana che in fondo non era mai venuto completamente meno pur sopravvivendo in maniera declassata. Hirokazu si appropria dell'esistenza di Hiromu e si illude di aver scelto fin dall'inizio il sentiero "innocente".
E' Valeriana però, che non aveva mai veramente rinunciato alla propria natura umana (aveva infatti mantenuto il suo nome anche come "cacciatrice") ad offrire a Hirokazu l'unica via di riscatto possibile, l'accettazione della scomparsa, per non vivere un'esistenza fittizia e parassitaria che in realtà avrebbe dovuto interrompersi nel momento della loro morte più di un secolo prima: rientrare nel tempo significa accettare i limiti dell'essere umano, perché l'accettazione dei limiti permette il cambiamento e la vita.

A queste tematiche principali trattate attraverso i tre protagonisti "non umani" del manga, si aggiungono una serie di spunti presentati in maniera più discontinua o appena accennati: la necessità di non oltrepassare i limiti umani, il tema del perdono, il ricordo come veicolo della coscienza, la noia e il senso dell'esistenza. Motivi spesso introdotti esclusivamente da immagini, che come in "Canto del cielo perduto" si caricano di pregnanza e divengono simboliche. Ancora una volta i personaggi bendati, uniti da fili e contrapposti gli uni agli altri alludono alle ferite inflitte dall'esistenza, all'impossibilità di vedere chiaramente e quindi di capire il senso delle cose, ai legami affettivi, all'incomunicabilità...
emblematica è l'illustrazione che vede Valeriana seduta, stringersi le ginocchia in atteggiamento difensivo, con lo sguardo perso nel vuoto e un paio di ali da falena che le spuntano dalle spalle: tutto l'insieme allude alla sua condizione di "cacciatrice di memorie". Come la falena è attratta dalla luce, che rappresenta quel "giorno" a cui non appartiene più, e rimane irrimediabilmente bruciata dalla fiamma trovando la morte, Valeriana, continua ad essere attratta dagli esseri umani, vivendone le vite di riflesso, "bruciata" dal contatto con le persone, non riesce tuttavia a farne a meno e neppure ad odiarle: tenta di difendersi, assume l'atteggiamento di Glorius, ma il suo destino è di "tornare alla luce" anche a costo di annullarsi in essa.

Yuana Kazumi fa della filosofia, con le sue storie e le sue immagini, ma non crea sistemi, non ricerca la coerenza ad ogni costo, inserisce delle riflessioni e tenta di dire qualcosa non perché vuole sviluppare in astratto una tesi ma perché sente quelle questioni e le traduce nel suo lavoro, in modo naturale, spesso con la confusione che accompagna il flusso del pensiero non organizzato (non che la cosa dia sempre buoni frutti, inteso...). L'eclettismo dell'ispirazione domina d'altra parte le sue storie; l'autrice rielabora spunti letterari e cinematografici in tavole che si affidano spesso alla suggestione: Glorius, Valeriana e Vermillion che mietono vittime nel Giappone della seconda guerra mondiale (soprattutto nella scena in cui escono dalla casa del soldato insieme) creano lo stesso effetto orridamente grandioso di Angel, Spike e le loro donne che attraversano le strade cinesi durante la rivolta dei Boxer in mezzo alle fiamme e alla distruzione nel telefilm "Buffy" (naturalmente non so se la Kazumi abbia mai visto il telefilm in questione, ma l'effetto che si crea nel lettore è più o meno lo stesso... "sublime" da intendersi nell'accezione romantica).

Rimane il fatto che per quanto godibili siano a mio avviso le opere di Yuana Kazumi, i difetti innegabili delle stesse ne relegano la lettura a chi già apprezza il lavoro dell'autrice, alla quale in ogni caso si devono riconoscere notevoli potenzialità.

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