CONSIDERAZIONI

A cura di Koori

Il volume unico "Canto del Cielo Perduto" è il primo manga pubblicato da Yuana Kazumi (già conosciuta in Italia per i successivi "Il fiore del sonno profondo" e "Haru Hana"), opera d'esordio che rivela sia quelle caratteristiche che rendono la produzione di quest'autrice interessante sia quei difetti di cui essa non è a tutt'oggi riuscita a liberarsi.
Parlare singolarmente di un manga della Kazumi non è semplice: tutti i lavori apparsi finora si presentano come variazioni su tema; uno stesso messaggio, umano e profondamente sentito dall'autrice, ricorre nelle sue opere, di modo che valutando i diversi titoli ci si può chiedere quanto l'autrice sia riuscita ad esprimere compiutamente, nell'occasione, quel che voleva dire.

Questo non significa che i suoi manga ripetano ambientazioni e strutture, tendono anzi, sotto questo aspetto, a differenziarsi parecchio l'uno dall'altro: "Canto del Cielo Perduto", il cui titolo originale suona più come un improponibile "Canto del Sogno del Cielo", presenta un mondo futuribile e robotico che guarda alla letteratura e alla produzione cinematografica (anche d'animazione) fantascientifica. Parlare di robot significa pensare automaticamente ad Isaac Asimov (Io Robot, I Robot dell'Alba, e Tutti i miei Robot sono solo alcuni dei titoli della vasta produzione dell'autore in materia, che ha goduto di un ulteriore aumento di popolarità grazie alla recente realizzazione di un film di successo come "Io Robot", interpretato da attori famosi) od in seconda analisi a Philip K. Dick (Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? diventato una delle pellicole più famose della storia del cinema con "Blade Runner"), ed infatti la Kazumi non manca di omaggiare il primo prendendo spunto dal romanzo: Abissi d'Acciaio. Se infatti la realtà del manga si ispira solo alla lontana all'ambientazione di Abissi d'Acciaio , in cui gli uomini hanno perso - volontariamente - la capacità di esporsi al cielo e al sole vivendo "sepolti" in immense città d'acciaio coperte iperfunzionali, costruite strato su strato e percorse da interminabili nastri trasportatori, dichiarando invece il suo debito nei confronti dell'elaborazione di questa idea, nel senso di perdita e ricerca da parte del genere umano, impiegata spesso nel cinema di fantascienza (il successivo "Pale Cocoon" ne è un esempio, che per altro mostra in comune con "Canto del Cielo Perduto" il desiderio spasmodico dei protagonisti per il cielo, nonchè la "sorpresa" di non trovare esattamente ciò che ci si aspettava di trovare), citazione letterale dal romanzo di Asimov è la scena in cui l'androide Ciel estrae dal proprio stomaco il cibo ingerito, perfettamente riutilizzabile (la Kazumi ha solo "ingentilito" la scena, evitando la meccanica dell'apertura a sportello della parte anteriore del robot presente invece in Abissi d'Acciaio), e la ripresa della lettera "R", che in Asimov stava per "robot", come nome per l'antagonista di Ciel.

Le somiglianze con l'opera di Asimov, però, si fermano qui: chi si aspettasse di trovare le tre leggi della robotica nel manga o una riflessione sulle macchine rimarrebbe deluso; questo perchè i robot della Kazumi risultano, tutto sommato, volutamente poco credibili, rivelando senza troppe difficoltà la loro natura di metafore. Yuana Kazumi parla della natura umana, quella robotica è semplicemente una condizione dell'essere. Non che in Asimov gli androidi non fossero uno strumento per portare ad una discussione sull'umano, ma nel manga della Kazumi manca la coerenza presente nelle opere dello scrittore, la verosimiglianza; gli androidi di "Canto del Cielo perduto" sono puramente funzionali, molto spesso escono dalla metafora, si "scordano" di essere robot ed agiscono semplicemente in considerazione del messaggio che l'autrice vuole comunicare.
Che siano "robot" o "vampiri", o adolescenti "in preda al prurito" o "capaci di vedere il futuro coi sogni", i personaggi inventati dall'autrice nipponica parlano sempre della stessa cosa: la difficoltà di rapportarsi agli altri e il disagio che nasce dall'essere "diversi", disagio che non è possibile evitare, perchè in quanto individui siamo tutti necessariamente distinti, ma che tende ad aumentare quando non si è "omologati". E' l'esistenza umana ad essere vagliata dall'autrice: la sofferenza e il coraggio del vivere, la presa di coscienza e l'operosità nell'accettazione di se stessi e della realtà.
Tematiche che ricorrono ma che trovano nuove sfaccettature, che tendono a concentrarsi maggiomente su un punto o sull'altro a seconda del titolo considerato.

In "Canto del Cielo Perduto" ad essere presa in analisi in modo particolare è la resistenza dell'individuo al ruolo che gli è assegnato, il "senso" dell'esistenza e la necessità di mantenere viva la propria coscienza nonostante la sofferenza.
Il messaggio del manga può essere rilevato già dal titolo, "Canto del Sogno del Cielo" (Sorayume no Uta, appunto): il cielo è sì perduto, come nella traduzione italiana, ma è anche "sognato", usato nel senso di "desiderato fortemente"; la tensione dei personaggi verso ciò che sognano è quella di chi spera e crede nella non definitività data da quel "perduto", nella possibilità, attraverso la volontà, di mutare le cose.
Il cielo è infatti ricercato perchè figura dell'animo umano: come il cielo infinito, gli uomini, simbolicamente attraverso la sua ricerca, entrano nel campo della possibilità e della speranza, arrivano a spezzare le catene che li limitano e li confinano nel "finito", rappresentato dal ruolo, dalla natura e dal contingente.
Di fronte al padre di Mana che grida alla figlia e al nonno che non ha senso nè ciò che fanno nè la loro esistenza, viene da chiedersi, come fa Ciel, cosa significhi non avere senso. E' davvero necessario trovare un senso? O meglio, cosa determina il senso di un'esistenza? Un essere umano può smettere di avere senso, qualunque sia la sua condizione?
E qui la Kazumi rivolta abilmente l'interrogativo: non è piuttosto l'annullamento della coscienza individuale a comportare una perdità di umanità?

I genitori di Mana, estremamente "finiti" e in grado di ragionare esclusivamente attraverso un dato schema mentale, sono in fondo un'immagine di "robot". Attaccati alla convenzione, alla propria situazione, al proprio ruolo, ne risultano infine accecati, finiscono per smarrire la propria umanità e per uccidere, così come Ciel torna ad uccidere perchè per un attimo perde la propria esistenza individuale a favore di un programma creato per quel determinato scopo. Non a caso il padre di Mana, subito dopo il parricidio, ci viene presentato come "fuori di sè"; nelle sue parole e nelle sue azioni c'è una componente di follia che viene dissipata solamente dal terrore, che segna un recupero dell'umanità da parte del personaggio (diverso il caso della madre di Mana, che fin dall'inizio ci appare più "umana", proprio perchè in preda alla paura data dalla consapevolezza dell'atto commesso), ed è significativo che proprio lui, che ha appena compiuto la stessa azione (la differenza è puramente quantitativa, ma agli occhi del padre di Mana diviene qualitativa) definisca "mostro" Ciel.
Per dirla con Goya: "il sonno della ragione genera mostri".
Ed un mostro solamente può avere origine da un contenitore "vuoto" in cui personalità e coscienza vengono annullati: R, come viene modificato dalla dottoressa Hazuki (novella Frankenstein, ma anche novella Eva che si nutre del frutto della conoscenza del bene e del male, come è infatti rappresentata in una delle illustrazioni), è la macchina funzionale e fredda, che spaventa il suo stesso creatore.

Ed ecco dunque la risposta data all'interrogativo da Yuana Kazumi col suo manga: ogni essere umano in quanto tale ha senso, ognuno poi "colora" quel senso in maniera personale: a Ciel non basta sentire come un essere umano, deve affermare la propria umanità, riconoscere che avere una volontà individuale non è un difetto ma un bene prezioso.
Tuttavia l'affermazione della coscienza, della ragione, costa sofferenza nell'individuo e passa in ogni caso attraverso l'accettazione e la riconversione dei limiti interiori ed esteriori: come già in "Fruits Basket", il "mostro" interiore va guardato in faccia; riconoscere il mostro significa anche non doverne più avere paura ed averne il controllo. Ciel è infatti in grado di "pulire" una piccola parte di cielo solo dopo aver accettato la propria natura... in quel momento il segno che contraddistingue gli androidi assassini è presente sulla sua fronte, ed è utilizzando le proprie caratteristiche per un fine diverso rispetto a quello per cui erano state create che ottiene il risultato agognato (in questo senso può essere letta l'immagine di Ciel seduto con le ali disegnate dal sangue: ciò che originariamente era il suo limite diviene la sua forza).

Fortemente suggestive, potenti e simboliche risultano l'illustrazione di copertina e alcune tavole presenti nel manga: la Kazumi è essenzialmente un'illustratrice prestata al fumetto, le sue immagini tendono a caricarsi di significato. Lo stile dell'autrice, d'altra parte, si presta perfettamente al tipo di tematiche trattate, i suoi acquerelli vivono di un equilibrio stupefacente fra linea e colore, dove il colore tende a dilatarsi e la linea a contenere, dando l'idea che solido e liquido si confondano in una sorta di sostanza gassosa, che conferisce alle immagini un carattere "onirico". Più difficile da apprezzare è la traduzione di questo stile nelle tavole in bianco e nero; qui l'equilibrio si trasforma in conflitto: il colore - rappresentato dai retini - si espande fuori dai contorni, e la linea, incapace di contenerlo, si fa angolosa e si spezza convertendosi a sua volta alla filosofia del colore andando a sovrapporsi ai retini. Il risultato sono tavole caotiche, che danno insieme l'impressione di ricerca estrema del particolare e trascuratezza, nelle quali spesso emergono dal disordine immagini estremamente curate, concepite come a se stanti, che rivaleggiano in bellezza con le illustrazioni a colori. Uno stile che spiazza, a cui bisogna abituarsi, ma che vanta anche diversi ammiratori (me compresa nonostante spesso mi colga l'esasperazione).

Le immagini di Ciel, R e della dottoressa Hazuki trattenuti da catene o bende, ben alludono alla condizione di prigionia dell'individuo. In particolare quella in cui Ciel è mostrato nudo, col segno da assassino in fronte e incatenato mentre davanti a lui si sgretola come un muro sottile l'immagine dell'androide gentile e "umano", si carica di forza per l'affermazione successiva dell'androide che "recupera" come propria la personalità "costruita", riconoscendo però anche l'esistenza di un io più profondo che smette di essere limitante. Lo stesso valore di "impedimento" assumono le bende, onnipresenti nella rappresentazione dei personaggi della Kazumi, qui e negli altri suoi manga, ma la benda, diversamente dalle catene, si presta anche ad altre due interpretazioni che combaciano con la caratterizzazione dei personaggi della mangaka: l'impedimento a vedere, come ulteriore motivo di freno per l'essere umano, e la sofferenza, il fatto di essere feriti dall'esistenza.
L'illustrazione di copertina di "Canto del Cielo Perduto" è decisamente notevole nella sua bellezza e costituisce l'unico tocco "orientale" in un manga che per disegno e per filosofia che ne sta alla base è invece prettamente occidentale (anche se alcune tematiche possono essere lette con un po' di sforzo anche in chiave buddista...): l'asimmetria che la domina (nella versione originale, non in quella presentata dalla Star Comics) è già di per sè un elemento orientale, la non centralità dell'immagine tende a far focalizzare l'attenzione del riguardante sui due fuochi costituiti dalle teste di Ciel e R e dalle loro mani che accolgono un uccello meccanico rotto. L'uccello meccanico allude alla condizione dei due androidi: come loro infatti sviluppa un embrione di coscienza e afferma una propria volontà che lo porta a sfuggire all'automatismo e come loro finisce per soffrire per questo.
La disposizione delle due teste degli androidi richiama invece il simbolo dello Ying e Yang.
Ora, credo di aver visto numerose illustrazioni che presentavano la stessa posizione dei personaggi (Inuyasha e Kagome, Yuki e Kaname, etc.) ed è quindi probabile che quel tipo di composizione goda di un certo successo in Giappone aldilà del suo significato (ma a ben vedere nei due esempi che ho citato i personaggi possono essere letti anche in chiave Ying/Yang), ma in questo caso credo che l'allusione sia voluta: Ciel e R costituiscono in effetti un "intero" come il secondo ci dice ed inoltre sono speculari. Condividono lo stesso desiderio ma lo traducono in maniera totalemente differente compiendo scelte opposte.
Se Ciel agogna il cielo perchè è infinito (e quindi il regno della possibilità, per chi è imprigionato nel ruolo) R (ma anche la dottoressa Hazuki) lo odia per lo stesso motivo: R teme tutto ciò che non ha limiti (l'infinito, l'eterno, etc.) perchè mentre per Ciel l'infinito è ciò che dà, per R è ciò che sottrae; sottrae materialmente Ciel che non torna più da lui per esser andato a vedere il cielo e sottrae metaforicamente (con quel diventare "stelle" delle anime dei morti) le persone a lui care in un'esistenza destinata a soppravvivere a tutti gli affetti.
Avere a che fare con l'infinito per R significa soffrire, significa affrontare la perdita di se stesso e degli altri, il cielo comporta il rischio di un'individualità che si dissolva per mancanza di contorni (in questo caso le persone care che "segnano" la nostra esistenza) che la definiscano nel sempre uguale senza fine. Quell'individualità che Ciel trova nell'espandersi e nel liberarsi, R la trova nel contrarsi e nel legare (gli affetti a sè). Ma il timore dell'infinito e dell'eterno di R (e della dottoressa Hazuki soprattutto) è in realtà il timore dell'esatto opposto, della limitatezza e del transitorio: solo accettando il mutamento e la possibilità di espandersi senza perdersi, R sarà in grado di guardare al cielo come ad una promessa.

In definitiva "Canto del Cielo Perduto" porta coerentemente a termine il proprio messaggio, le sue pecche maggiori, più che nella gestione delle tavole, meno caotica che nelle opere successive della Kazumi, si hanno nella gestione della storia. D'altra parte la stessa autrice nel free talk finale spiega come si sia trovata a lavorare dovendo far fronte in corso d'opera a diversi spazi assegnati, che l'hanno portata prima ad accorciare, poi ad allungare la vicenda, dovendo comunque tralasciare elementi che le sarebbe piaciuto sviluppare.
A chi si accingesse a pensare all'acquisto non saprei cosa dire: personalmente amo l'opera di quest'autrice, ma sono conscia del fatto che i suoi lavori mancano di maturità e il suo stile può non piacere a tutti; inoltre nei suoi manga sembrano apparire alcune situazioni stereotipate che in molti suscitano antipatia, ma che in realtà sono puramente funzionali al tipo di ragionamento condotto: i personaggi che perdono la memoria, perennemente presenti nell'opera dell'autrice non sono un trucco narrativo utilizzato per risolvere le situazioni, ma un'immagine dell'incapacità dell'essere umano di sopportare il dolore, e una fuga rispetto ad una realtà troppo brutta per essere guardata in faccia. Così il ritorno della memoria, lo "svegliarsi", il "guarire", sono per la Kazumi un'occasione di confronto con il reale che richiede coraggio, ma che raramente dà esiti tragici.

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