LA STORIA

A cura di Mokona


Innanzitutto, prima di riassumere la trama di quest'opera, è necessaria una premessa. Nabi è una raccolta di storie brevi di ambientazione fantastica, e per quanto dalla terza in poi vi sia una sorta di "unità narrativa" a formare un legame, le prime due, nella loro estrema brevità, sono assolutamente indipendenti. Detto questo, entriamo nel vivo della storia.

Il primo racconto, intitolato "Il frassino", si apre con lo sguardo spento di una elegante bambina dai lunghi capelli chiari, seduta con abbandonata compostezza sui gradini di una ampia scalinata. Il suo nome, come scopriremo poco dopo, è Soryu. Di sangue nobile, privata del dono della vista, viene presa in ostaggio dai nemici di suo padre, a causa di una indefinita "questione di vita o di morte". Eppure, trasportata dagli eventi, circondata da sconosciuti, non versa una lacrima, nè si concede un grido di terrore, rinchiudendosi in un gelido silenzio. E' spaventata, certo, "Ma...sapevo già tutto..." pensa tra sé "...per cui non dovevo far altro che aspettare". I suoi rapitori sono persone gentili, che si trovano a disagio col gesto che sono stati costretti a compiere. La trattano con dolcezza, prendendosi cura di lei. Tra di loro, un alto ragazzo dai modi gentili, di cui non conosceremo mai il nome, comincia a trascorrere molto tempo al suo fianco, passeggiando insieme a lei lungo i giardini della sua dimora.
Giorno dopo giorno apre a Soryu il suo cuore, rivelandole i suoi desideri, i suoi pensieri più intimi, i suoi sensi di colpa, con un tono calmo e pacato, come se stesse parlando al silenzio. Ed il silenzio di Soryu finalmente si incrina, lasciando scivolare poche parole, eteree, sottili. Finché un giorno non giunge la notizia di un accordo raggiunto, di una prossima liberazione. Una notizia che la bambina non riesce ad accogliere con un sorriso, e dalla freddezza scivola lentamente verso l'inquietudine, poi verso il terrore, e infine verso le lacrime. Finché non si ritrova sola, nella sera, sentendo solo il vuoto intorno a sé, adagiata all'ombra di un frassino, costretta ad attendere l'inevitabile svolgersi degli eventi, senza poter fare nulla per opporsi ad esso...

Dalle sue pagine finali, cariche di toni scuri e malinconici, le ultime vignette più chiare e luminose ci conducono alle prime parole del secondo racconto, "Pyol". Una luminosità destinata a durare poco. Pyol è il nome di uno dei protagonisti, ma è anche un termine coreano di origine cinese che può assumere due significati: "stella", oppure "addio". La storia narra di Kyom, nipote del capo della sua tribù, che per forgiare un'alleanza con il potente regno di Su viene inviata come concubina al suo dispotico sovrano. Più di un'alleanza, infatti, si tratta di un ricatto: se la ragazza non gli sarà consegnata entro circa un mese, quasi come un ostaggio, la tribù verrà sterminata. Kyom prima di partire ha un unico desiderio, essere scortata fino al regno di Su da Pyol, un ragazzo a cui sembra legata da un silenzioso affetto. Pyol e Kyom hanno caratteri quasi opposti. Lei energica, logorroica, irritabile. Lui introverso, silenzioso, rassegnato. "Una ragazza rumorosa e un ragazzo noioso", come vengono dipinti sin dalle prime pagine. E costretti a compiere il viaggio a piedi, persi in una immensa pianura, soli dopo essere scampati ad un assalto di briganti, continuano ad avanzare verso la loro meta, con soli quindici giorni a disposizione. Passo dopo passo, si ritrovano ad affrontare il desiderio di scappare lontano, a sentire sulle loro spalle la responsabilità della salvezza dell'intera tribù, a confrontarsi con i loro sentimenti faticosamente repressi. Un groviglio confuso di pensieri e sensazioni da cui fuggire, con la triste consapevolezza del destino che è stato ormai posto inevitabilmente di fronte a loro.

Giunti al termine del loro cammino, veniamo accolti da un altro sguardo, simile a quello che ha aperto il volume, ma molto più ingenuo, calmo, luminoso. E' l'inizio del terzo racconto, "Il pomeriggio di una bambina". Qui facciamo finalmente la conoscenza dei due personaggi che l'autrice ha scelto come protagonisti, a partire dalla loro infanzia. Myoun, il cui nome significa "bella nuvola", è una bambina semplice, pacata, dai modi gentili. Privata dei genitori in seguito a una calamità naturale, al suo risveglio dal disastro si ritrova nel letto di un orfanotrofio, incapace sia di ricordare l'accaduto che di esprimere i propri pensieri. Disorientata e ferita a una gamba, inizia a trascorrere le sue giornate in solitudine, osservando seduta tutto ciò che la circonda, con uno sguardo confuso, ma velato di un'innocente curiosità. Ryusang è un orfano come lei, un ragazzino irruento dagli occhi del colore del cielo. Violento e irascibile, viene costretto da una delle maestre ad occuparsi di Myoun, ad assisterla fino al giorno della sua guarigione. Un compito che accetta controvoglia, limitandosi a farle compagnia durante i pasti, o ad accompagnarla verso il sonno con le parole di una fiaba. Giorno dopo giorno, cerca di mantenere un certo distacco da lei, pretendendo di non aver bisogno di alcun amico. Ed amici non ne ha, tutti i suoi coetanei non fanno che ridere del colore dei suoi occhi, scatenando litigi che prontamente degenerano nella violenza. Finché un pomeriggio, umiliato e sconfitto nell'ennesima rissa, Ryusang decide di nascondersi in un canneto e non fare più ritorno all'orfanotrofio. Myoun è l'unica a conoscere il suo rifugio, e così, calata la sera, decide di portargli di nascosto la cena, e di restare insieme a lui per fargli un po' di compagnia. E da quel momento, tra i due, inizierà a formarsi un silenzioso legame...

Un legame che avrebbe potuto promettere, come in molte altre opere, la nascita di un affetto profondo. Ma questo non era nei piani dell'autrice, a quanto pare. Ed infatti il quarto racconto, "La neve e i fiori", subito infrange la dolcezza del precedente finale. Vediamo la piccola Myoun in lacrime, inginocchiata a terra, con una mano che invano cerca di trattenere il sangue che le sgorga dalla fronte. E Ryusang che la fissa con freddezza, in piedi di fronte a lei, quasi compiacendosi della perfezione del suo gesto, del vaso di fiori che le ha fatto scivolare in testa, in preda alla rabbia. E nel sangue rimaniamo, quando la storia subito si sposta avanti di molti anni, facendoci ritrovare i due protagonisti ormai adulti, sempre nello stesso luogo. Ryusang giace in un letto dell'orfanotrofio, ancora in vita, ma pugnalato gravemente. A vegliare su di lui c'è Aru, una bambina sensibile e spensierata di cui conosceremo ben presto la storia. E insieme a lei, Myoun, a cui Ryusang dopo quel gesto violento ha deciso di chiudere completamente il proprio cuore, tanto da non rivolgerle più la parola. Un gesto che a distanza di anni pesa ancora su di lui, e le cui conseguenze, i significati e i legami che ha portato con sé si ritroverà ad affrontare durante la sua convalescenza. Ed il ricordo dei fiori di camelia, dei fiori rossi su un foglio candido come la neve che la maestra dipinse quel triste giorno d'infanzia, e che Ryusang, come unica punizione, fu costretto ad osservare, riaffioreranno dolorosamente nella sua memoria, mentre il ragazzo continuerà a domandarsi perchè la sua tutrice abbia voluto legarlo così saldamente a Myoun, tanto da spingerlo a rischiare la sua vita per lei, per una ragazza dai sentimenti tanto incomprensibili.

Con il quinto racconto, "Mi chiamo Aru", la bambina stessa ci racconta la sua storia, la storia del viaggio che l'ha portata a conoscere i due protagonisti. Un viaggio iniziato una sera piovosa, quando aspettando suo padre, un po' preoccupata ed un poco annoiata, decise di andargli incontro con un ombrello, per offrirgli riparo. Ed in mezzo a una folla curiosa lo trovò, finalmente, e insieme a lui trovò Myoun e Ryusang, inviati dalla loro tutrice per incontrarlo. Ma ciò di cui Aru non si rese conto immediatamente, purtroppo, era che l'uomo giaceva morto ai loro piedi. Gravemente malato, nei suoi ultimi giorni di vita aveva scritto una lettera alla maestra dell'orfanotrofio, chiedendole di occuparsi di Aru, che già aveva perso la madre anni prima. E la maestra non aveva esitato ad accettare, scegliendo Myoun e Ryusang per guidarla e proteggerla nel lungo viaggio verso la sua nuova casa. Lungo il cammino, con il paese tanto amato ormai alle spalle, saranno i ricordi ad accompagnare Aru. Non una lacrima, solo le poesie di suo padre, e i momenti felici trascorsi con lui. E insieme ad essi, gli istanti spensierati trascorsi a fianco di Myoun e Ryusang. E i suoi sorrisi coraggiosi, la sua allegria malinconica. E i suoi pensieri, che al calar della notte salgono verso un cielo stellato, rivolti alla luce lontana di cui ora risplendono i suoi genitori.

"La sfera di cristallo" è il titolo dell'ultimo racconto, che subito si lega ai precedenti, aprendosi con una scena a cui già abbiamo assistito. Le lacrime della piccola Myoun, con il viso rigato di sangue, e lo sguardo di Ryusang, freddo e compiaciuto sopra di lei. Ma questa scena, stavolta, è accompagnata dai pensieri della sua "vittima". Il punto di vista viene rovesciato, e questa volta tocca alla ragazza affrontare i sentimenti, i ricordi e i significati di quel giorno tanto triste. I due ragazzi si trovano nuovamente costretti a viaggiare insieme, per scortare un ospite di riguardo della maestra fino al regno di Su, paese che già abbiamo conosciuto nel secondo racconto. Hana è il suo nome, una ragazza allegra ed euforica che subito si affeziona a Myoun, mentre di Ryusang riesce solamente a guadagnarsi il sospetto. Ma questa è solo l'apparenza. Il suo nome è falso, così come la sua identità. E nemmeno i due ragazzi sanno molto di lei. O meglio, di lui. Perchè Hana è in verità un ragazzo, travestitosi per nascondere meglio la sua identità. E nel corso del viaggio, sarà proprio grazie alle sue parole, alla sua "invadenza", e al senso di mistero che lo accompagna che i sentimenti di Myoun, nelle loro sfaccettature più complesse e sottili, riaffioreranno in superficie con intensità. Sentimenti che, senza tradire l'atmosfera respirata racconto dopo racconto, accompagneranno lo svolgersi della storia fino al dipanarsi degli eventi, per poi chiudere il volume con la leggerezza e la poesia di un cielo azzurro.

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