CONSIDERAZIONI
A cura di Koori
Un gioco che prende in giro
il gioco. Il teorema di Gödel applicato al fumetto? (quest'ultima
considerazione è da non prendere troppo sul serio, adeguandosi
al tono del manhwa in questione...)
La prima cosa
che si nota, leggendo Demon Diary, è il fatto che la sua
struttura sembra essere mutuata da un RPG ( Role Play Game ),
cosa che non deve indurre però a confondere il manhwa con le
numerose produzioni ispirate a titoli del mercato videoludico.
Il riferimento è in ogni caso d'obbligo, perchè ricercato dalle
autrici; la stessa composizione della "brigata" di
Raenef risulta convenzionale: un cavaliere, un chierico e un mago
(in questo caso rappresentato da un demone, Eclipse), che, come
in tutti gli RPG, sono suscettibili di "promozione" all'interno
della propria categoria; così il "cavaliere" è un'evoluzione
del "brigante/mercenario" ( e non è un caso che Erutis
adduca come ragione del suo attacco a Raenef il fatto che sia una
cosa relativa al suo "ruolo", utile per avanzare di
stato ) e il "chierico", utilizzando delle armi, è in
grado di salire al livello di "monaco".
Inoltre nei diversi capitoli compaiono spiegazioni in merito al
"potenziale" dei diversi personaggi , informazioni,
modellate sui "libretti di istruzioni" dei videogames,
riguardo al tipo di magie impiegate, mentre spesso i personaggi
si esprimono in maniera tale da suggerire che una determinata
azione porti al completamento di un "livello". Anche i
luoghi del manhwa sembrano ricalcare i "territori" di
gioco: la città è sede delle gilde e il tempio è un luogo che
accresce il potere dei monaci e diminuisce quello dei demoni.
Tuttavia se queste sono citazioni di un impianto videoludico
classico, il modo in cui sono inserite e l'uso che ne viene fatto
rivelano chiaramente come l'intento delle autrici sia umoristico.
Il risultato è una perfetta parodia degli RPG.
Questa volontà parodica si rivela già nel titolo che
sostituisce al canonico Quest il ben più prosaico Diary, a
sottolineare la staticità del manga, i cui protagonisti
risiedono nel "castello di fine livello", "brigata"
che non si muove, che non "cerca", ma semplicemente
vive la quotidianità di un addestramento che diviene materia,
con le situazioni buffe che genera, più per un diario
adolescenziale che per una saga epica...
Lo stesso protagonista di questi "eventi da diario", il
"signore dei demoni", la cui sconfitta dovrebbe
determinare lo "stage clear" ( o addirittura il "game
over" ), è, per l'appunto, un innocuo ragazzino, che dà
vita con il suo modo di essere, totalmente inadeguato per un
demone, ad una serie di equivoci da cui si sprigiona un'irresistibile
comicità.
Perchè è proprio il confronto fra ciò che sono in effetti i
personaggi e ciò che dovrebbero invece essere, in base al ruolo
ricoperto, a provocare il riso del lettore. I caratteri vengono
volutamente esasperati e rovesciati: il cavaliere, oltre ad
essere una donna (pur priva di fascino, come viene fatto
ripetutamente notare), non deve arrovellarsi poi molto per
prendere la decisione di abbandonare missione (l'uccisione dei
demoni, e, nella fattispecie, di Raenef), onore (con la
sottomissione a Raenef, e, soprattutto, ad Eclipse) e libertà (rinuncia
ben presto all'idea della fuga) in cambio della vita; il chierico
Chris ( un ragazzino in cui convivono, incredibilmente, la "saggezza"
tipica della categoria e la stupidità propria dei personaggi
destinati a far da spalla ai protagonisti ) rifiuta di "cambiare
stato" all'interno del proprio ordine ( i "monaci"
guerrieri sono in genere calvi - stereotipo - e combattono con
armi che non hanno niente di "cool" ), inventandosi una
più confacente - alle sue aspettative - carica intermedia, fra
cavaliere e chierico, a cui mirare; il signore dei demoni, venuto
a contrastare Raenef e a sottrargli Eclipse, cambia con grande
facilità obiettivo, innamorandosi - guarda caso - proprio della
"priva di fascino" Erutis; la principessa Leeche, non
solo si finge un'offerta per Raenef, al fine di raggiungerlo e
distruggerlo, ma una volta conosciutolo, decide - smentendo la
proverbiale inattività delle principesse rapite - di renderlo il
suo promesso sposo, sotto obbligo morale, per un allibito Raenef
( che prende pure in considerazione il fatto di essere da quel
momento impegnato! ), di aspettarla per dieci anni (Leeche è
infatti ancora solo una bambina).
L'umorismo del fumetto non scaturisce però solo dall'uso
parodico dello schema videoludico; le autrici si divertono a
creare una sorta di meta-comicità che emerge nella
consapevolezza che, a momenti, i personaggi mostrano dei lettori
( come quando, nel volume 4, Meruhesae spiega di essersi limitata
a baciare Eclipse sulla fronte per non attirarsi le ire delle
lettrici ), e della struttura "fittizia" del loro mondo:
Chris, ad esempio, nel volume secondo, sceglie come punto di
osservazione per il colloquio fra Raenef e il monaco, lo stesso
del lettore, "al di qua" del confine costituito dalla
vignetta, così come lo stesso Chris arriva a scavalcare le
divisioni - ideali "barriere architettoniche" che
separano il mondo reale da quello del racconto - della pagina,
così da uscirne; operazione inversa a quella della disegnatrice
che si ritrae dietro le pieghe del foglio ( e qui siamo davvero
al "serpente che si morde la coda", alle mani di Escher
che si disegnano a vicenda... ).
Parodia nella struttura e meta-comicità si accompagnano in Demon
Diary ad una diverita ironia sui generi e sui gusti delle
lettrici: tanti bishounen messi insieme non potevano che creare
qualche equivoco shonen-ai...
Personalmente non condivido la presentazione del fumetto fatta
dalla Free Books come un "fantasy-comedy con leggere
sfumature shounen-ai"; il rapporto che si instaura fra i
personaggi è, a mio avviso, differente dal rapporto amoroso che
intercorre in una coppia.
Raenef ed Eclipse si rapportano, tutto sommato, come un padre ed
un figlio: la "scelta" di un erede in punto di morte,
da parte del precedente detentore del nome e del titolo di "signore
dei demoni", impedisce che fra predecessore e successore si
instauri un rapporto di affetto paterno/filiale, vuoto colmato
dall'affiancamento al giovane principe di un tutore - che per
almeno due generazioni è stato Eclipse - verso il quale il nuovo
detentore del titolo tende a rapportarsi con affetto ( come
vediamo infatti nel flashback riguardante lo stesso Raenef IV
bambino ). La novità nel rapporto fra l'ultimo Raenef ed Eclipse
è che - grazie alla dolcezza, che ispira protezione, del nuovo
signore dei demoni - Eclipse ricambia pienamente questo
sentimento.
Detto ciò, il manhwa in effetti ironizza non poco, appoggiandosi
anche sull'aspetto effeminato di Raenef e sul suo carattere
ingenuo, sull'equivoco che può sorgere in chi guarda dall'esterno
- e senza essere al corrente dei fatti - un rapporto affettivo di
questo tipo: nel secondo volume, quando Eclipse è alla ricerca
dello scomparso Raenef, la gente della città - per placarne la
rabbia - gli presenta una serie di efebi che rispondono alla
descrizione del ragazzo, ritenendo, erroneamente, che questi
siano destinati a soddisfare le sue voglie (estremamente
divertente il commento delle ragazze, che vista la bellezza di
Eclipse, si offrirebbero volentieri in cambio), e ancora nell'ultimo
volume, quando Raenef perde la memoria e torna a far parte della
gilda dei ladri, questi gli raccontano le dicerie che erano
circolate sul suo conto ( ossia che era diventato lo "schiavo
d'amore" dello straniero con i capelli scuri ) nel corso
dell'anno che era mancato, così che, durante il suo successivo
incontro con Eclipse, Raenef gli dice ingenuamente di avvertire
un senso di "casa" quando sta con lui, per poi
ricordarsi il commento degli amici e chiedersi ( con un deformed
buffissimo ) che cosa sia diventato nel corso di quell'anno...
Nel commentare l'opera, mi sono volutamente soffermata sull'uso
del comico in essa; sebbene infatti non manchino - timidi -
tentativi di approfondire i personaggi e la trama si animi
maggiormente negli ultimi volumi, le scene divertenti
costituiscono indubbiamente l'ossatura del lavoro, che proprio
per l'uso massivo di superdeformed ( giustificato dal contesto e
dalla connotazione del manhwa ) non risente di quella sorta di
staticità che presentano spesso le figure nel fumetto coreano.
Dovendo esprimere un giudizio definitivo su "Demon Diary",
non posso che esprimermi positivamente, considerandola un'opera
piacevole e divertente, priva di grandi significati, ma non
disprezzabile nel suo genere senza essere un capolavoro. Degna di
essere letta.